“Scrambled eggs” Quel pomeriggio di un giorno da cani

E’ probabile che molti considerino retorica l’esaltazione di un mito o la sua consacrazione a idolo delle folle. E’ altrettanto probabile che l’dea dei ragazzi che nel 1982 erano appena nati o solo dei bambini sia legata ad un supereroe di altri tempi. Uno che avrebbe vinto di tutto, più di Senna, di Schumacher, di Fangio e di chiunque. In realtà il giovanotto canadese aveva un pregio fantastico: quello di farsi perdonare di tutto e sempre, persino da Enzo Ferrari. E per uno strano destino pareva che fosse nato in mondo che andava talmente piano per lui da sfidarlo in ogni situazione. Che fossero auto, motoslitte, sci o barche a vela poco importava in fondo e di fronte alla soddisfazione di esserne il dominatore assoluto. Giacobazzi, suo sponsor storico, mandava a casa dei clienti pacchi di pass per i box. Vedevo arrivare a casa delle buste ogni tanto e lo sguardo fiero di mio fratello maggiore che partiva il venerdì sera per chissà dove. Purtroppo nonostante i miei 20 anni che mi facevano poco più di un ragazzino, ma abbastanza grande per farmi gli affari miei, non bastavano per aggregarsi alla compagnia che ne aveva una decina in più e che spendeva la metà di quei pass per fare entrare graziose signorine e che con ogni probabilità davano in cambio merce ben più preziosa di quella che avrei potuto dare io. Nel 1981, al ritono da un viaggio a Budapest, ci si ferma a Zwelteg che è di strada. Non è la prima volta che vedo delle F1 dal vivo, ma sicuramente è la prima volta che mi capita di vederle in gara. Il circuito, quello vecchio, si sviluppa nelle collinette adiacenti e dalla cima di una di queste lo si vede praticamente tutto. Lo “sbrego” della partenza fa agitare tutti quelli che ci sono, l’andrenalina fa andare il cuore a mille, ho l’impressione che in quel momento succeda qualcosa al fuori della realtà. Gilles parte in seconda fila, ma alla prima staccata è in testa; la folla esulta come se si fossero vinti i mondiali di calcio. Patrese compie un testacoda a 360° in fondo al rettilineo, si sentono le gomme fischiare, il fumo e l’odore della gomma bruciata. In quel momento penso che morirà perchè non è possibile correre così forte senza andare a sbattere da qualche parte. Gilles inizia qualche giro dopo ad avere dei problemi di freni e blocca le ruote anteriori ad ogni staccata. La gente dice che è senza pastiglie, però continua ad andare come un ossesso fino alla Bosch dove la sua Ferrari diventa una delle tente masse di rottami collezionate nella sua carriera. “Mi dispiace di averle distrutto la macchina” – scriverà in una lettera a Enzo Ferrari. Il Vecchio si commuove e gli dice di non preoccuparsi. L’anno dopo sono a Imola per le prove in quel posto che un tempo era il “tempio” della Tosa. Il motivo per il quale oggi la curva precedente prende il nome di Gilles è molto semplice: quando arrivava lui le staccate altrui sembravano fatte da un gruppo di mentecatti. Riusciva a pigiare i freni quando gli altri erano già fermi da un pezzo. Le Renault sono imprendibili in prova, ma Gilles si qualifica terzo e rifila più di un secondo al compagno di squadra che completa la seconda fila. La gara, si sa, è stata solo un triste prologo. E’ il GP degli assenti con solo 14 vetture al via. Per una protesta non ci sono McLaren, Williams, Brabham, Lotus, March, Ligier, Arrows, Ensing e Theodore. “Pensavo che Pironi stesse giocando, così per fare un pò di spettacolo” – dichiara Gilles a fine gara. Ma il campione è ferito dal “padre” che si rifiuta di dare un preciso ordine di scuderia per proteggere il “figlio”. Un gesto non necessario ma sintomo di una lealtà e una riconoscenza che pare venire a mancare. Sono solo cinque i classificati a fine gara, ma autosprint titola a gran voce “Bastano due Ferrari per fare un GP”. Di quel podio oggi rimangono solo ceneri e l’8 maggio diventerà per molti una giornata infame. Sono da solo nel salotto di casa a guardare le prove. Mio fratello maggiore sta in garage per terminare un lavoro urgente; per lui è la gara che conta, tanto si può sorpassare che è una meraviglia. Poi l’impatto con la March numero 17 di Jochen Mass, un volo, una lacerazione “In un milione di piccoli pezzi”. Le immagini impressionanti di Gilles senza casco ed un colore viola in volto che non lasciano speranze; un addetto che cerca di praticare la respirazione bocca a bocca, l’elicottero, la morte celebrale…… Piango e non so perchè. Non lo conosco, non ci ho mai parlato, ma mi sembra che sia morta una piccola parte di me. Morire per una irrefrenabile passione, morire alla guida di un sogno per mezzo mondo….. Scendo le scale impallidito, incontro lo sguardo di chi invece lo ha conosciuto bene. Mi guarda, non parlo, capisce qualcosa e poi mormoro: “è morto Villeneuve”. Mi restituisce uno sguardo incredulo di chi sta pensando che chi ha di fronte stia dicendo qualcosa di assurdo, di surreale. I miti non possono morire, mai…. Sarà una data celebrata per anni, segnata sull’agenda come un giorno da ricordare, come la morte di un eroe….

Salut Gilles

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4 pensieri su ““Scrambled eggs” Quel pomeriggio di un giorno da cani

  1. Gli antichi Greci dicevano che una persona muore quando muore l’ultima persona che la ricorda. E’ bello pensare che certi miti possiedono uno “spessore” che va oltre perfino alla morte: è proprio vero, i miti non possono morire.
    Ma certo che pensare che alla Formula 1 è stato versato un cospicuo tributo di sangue a volte lascia perplessi: ed è per questo che molta gente passa il suo tempo cercando di rendere ogni corsa un po’ più sicura, giorno dopo giorno. Perché si ricorda dei miti del passato che hanno dato la vita per questa passione.

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  2. Quel pomeriggio stavo preparando una festa da liceali (avevo 16 anni) a casa di amici. La notizia ci raggiunse mentre si montavano ampli e casse… non ci sembrò possibile. Si andò avanti comunque come automi, sia a preparare la festina che poi a “viverla”, per quanto mi riguarda pensoso e svogliato.
    Ho sempre amato Gilles ed i suoi eccessi (che riconosco come tali): la definizione che lo incarna è “non correva per vincere il mondiale… non correva per vincere il gran premio… correva per vincere ogni singola curva!”

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  3. Basta guardare l’immagine che ho scelto nel mio profilo per professare la mia passione sfrenata per Gilles.
    Avevo anch’io (e ho ancora) la “Febbre Villeneuve”.
    Mi sono slurpato d’un fiato lo speciale di Autosprint di questa settimana, un tuffo nei ricordi di quei momenti che mi hanno legato indossolubilmente a questo sport.
    Anch’io avevo 16 anni allora, e fu un vero shock apprendere la notizia dell’incidente mentre ascoltavo l’HIT Parade su Radio2 (ricordo ancora la canzone che seguì il collegamento da Zolder).
    Ho sperato inizialmente che si fosse rotto solo qualche osso e che, prima della fine della stagione, l’avrei rivisto di nuovo nel suo cockpit. Anzi, ho imprecato perchè anche quell’anno il Mondiale gli sarebbe sfuggito di mano.
    Ho ascoltato poi il susseguirsi angosciante di notizie, collegamenti radio dal circuito, fino alla fatale notizia. Gilles era morto.
    Il giorno dopo ho visto lo stesso il GP, ma ero un fantasma. Seguire la F1 non aveva più senso per me.
    Ho rivissuto la stessa sensazione 12 anni dopo.
    Era la sera del 1 maggio del 94, un servizio di RAI Sport inquadrava un tifoso di Senna fuori dall’Ospedale di Bologna, seduto in lacrime con la testa tra le ginocchia.
    Aveva più o meno l’età che avevo io quando Gilles volo vià. Mi ci sono rivisto e di nuovo ho provato lo stesso shock.
    Ancora adesso mentre sto scrivendo queste parole ho la pelle d’oca e l’emozione mi chiude la gola.

    PS
    Una piccola correzione.
    Il motivo per cui la curva prima della Tosa si chiama “Villeneuve” è perchè Gilles ci si era stampato con la T5 nel GP d’Italia del 1980, uno dei suoi tanti incidenti che l’avevano fatto considerare “immortale” da noi tifosi.

    forfab

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  4. Un post bello e dolente come lo sono i ricordi sbiaditi di chi, come me, all’epoca aveva 10 anni e viveva quella passione come il riflesso del fuoco che bruciava in suo padre, negli amici più grandi, nei cuginetti con i quali condividere il rito gel GP.

    marloc

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