Breve storia del Gp degli USA

Secondo appuntamento con la rubrica della storia recente della Formula 1.
E c’è pure poco lavoro, visto che ad Indianapolis si corre solo dal 2000, dopo cioè che Ecclestone si è concesso anima e corpo per lunghi anni per riportare la F.1 negli states ed è riuscito a raggiungere un accordo con Tony George, proprietario del catino di Indy.
Ah, prima che me lo dimentichi: negli U.S.A. la F.1 conta molto meno della terza categoria di calcio qui in Italia. Ero da quelle parti nel 2001, in viaggio di nozze: la domenica sera cerco in tutti i notiziari TV qualche notizia sul Gp, niente di niente, solo football (NFL ed universitario). Dopo lunghe peregrinazioni tra i canali sono riuscito a vedere qualche fotogramma, ma il servizio stava finendo, per cui il nome del vincitore l’avevano già detto, porc…
Il giorno dopo cerco sui quotidiani: niente di niente, per cui vi sia chiaro che gli unici che guardano il Gp degli USA negli USA sono quelli che vanno al circuito e i loro parenti a casa.
Torniamo a bomba: 2000, prima edizione sul circuito che comprende poco meno della metà del catino (1 sola curva sopraelevata) ed un tratto misto. Pista bagnata, Coulthard (McLaren) parte ben prima che i semafori si spengano e va in testa, i maligni sostengono che lo abbia fatto per indurre Schumacher (Ferrari), che si sta giocando il titolo con Hakkinen (McLaren), a fare qualche cazzata delle sue. Per poco ci riesce, ma Michael si trattiene e non sbraca. Chi sbraca invece è, il motore Mercedes di Hakkinen, che dopo 25 giri è costretto alla resa, ciao ciao mondiale; Schumacher vince facendo pure un testacoda per noia nel finale e il finlandese perderà definitivamente il titolo in Giappone.
2001, Montoya (Williams) è l’uomo più in palla, ha una strategia di una sola sosta come i suoi rivali diretti Hakkinen (McLaren)  e Schumacher (Ferrari) e visto che il finlandese è ben dietro di lui e il tedesco se lo beve con un sorpasso, ha buone possibilità di vincere, ma…puff, il sistema idraulico cede, e Juan-Pablo deve lasciare spazio agli avversari. Schumacher quindi? no, ha già il titolo in tasca, ha poca voglia di correre per via degli attentati dell’11 settembre e si vede. Si perde nelle fasi cruciali della corsa, rallentando dopo la sosta, e stende la vittoria su di un piatto d’argento ad un Hakkinen in odore di pensione, che ovviamente non se la lascia scappare. Episodio patetico per Barrichello: il secondo pilota Ferrari viene tenuto artificialmente in gara da una strategia a due soste pressochè suicida, nel finale è secondo ma cuoce il motore…eh beh, stiamo sempre parlando di Barrichello…
2002, le matte risate. Le due Ferrari sono talmente superiori agli altri che si permettono di fare una sosta in più degli avversari, corrono di rimessa e rischiano ugualmente di doppiare tutti! Ma l’episodio clou avviene all’ultimo giro: Schumacher rallenta per far avvicinare lo schiavo Barrichello e consentire ai fotografi una bella inquadratura, i due calcolano male il punto dell’arrivo e…ops, vince Barrichello! Baraonda nel dopogara con pubblico e giornalisti americani incazzati come iene perchè secondo loro -giustamente- non è così che si tratta un evento sportivo, mortificando lo stesso evento e gli avversari.
Nel 2003 Schumacher si riscatta delle precedenti figuracce con una prestazione che gli permette di mettere le mani sul suo sesto mondiale. La gara si corre sul bagnato, ma nella F.1 moderna c’è bagnato e bagnato. Con la pista umida le Michelin sono più performanti, con la pioggia battente vanno meglio le Bridgestone, quelle del tedesco. 
Si assiste così ad una gara in due fasi: nella prima, quando c’è poca pioggia, Schumacher viene passato da cani e porci, con Michael che non accenna nemmeno a difendersi (strano eh?), poi quando comincia a piovere in maniera decisa, la Ferrari n.1 non ha rivali, passa tutti e va a vincere in tranquillità.
Montoya, per contro, mostra ancora una volta tutta la sua stupidità: si scontra con Barrichello nelle prime fasi di gara, viene penalizzato e dice addio al mondiale.
2004, nell’anno più soporifero della storia della F.1, in una doppietta scontata delle due Ferrari c’è da segnalare solo un po’ di trambusto causato dalle numerose forature dovute alla presenza di detriti lungo il rettifilo principale, conseguenza di diversi incidenti.
2005: l’anno della grande figuraccia. Dopo le qualifiche i gommati Michelin si accorgono che non ci sono le condizioni per correre tutta la gara: le gomme si surriscaldano sulla sopraelevata e c’è il rischio di esplosione degli pneumatici, cosa peraltro già avvenuta nelle libere in un paio di occasioni. Accade l’incredibile: Dupasquier, responsabile della marca francese, cerca di convincere la direzione gara a modificare il tracciato in modo che i suoi clienti possano correre in condizioni sicure. E’, ovviamente, poco più che una barzelletta, la FIA fa spallucce e dice alla Michelin di arrangiarsi, dovessero anche fare 6-7 pit stop o correre a cinquanta all’ora, sono cazzi loro. Per evitare sanzioni disciplinari (se non ci si schiera al via la FIA e la FOM vanno a mettere mano nei portafogli dei team…), i gommati Michelin fingono di partire, ma si ritirano in blocco alla fine del giro di ricognizione, una vergogna di portata planetaria. Il Gp viene corso solamente dalle Ferrari, Minardi e Jordan tra le proteste del pubblico. Vince ovviamente Schumacher scortato dallo schiavo.
2006: la Michelin per evitare la figura di merda dell’anno precedente porta delle gomme di cemento, con il risultato che le Ferrari, gommate Bridgestone, mettono a segno una facilissima doppietta. Alonso, che sarà poi il vincitore del titolo, sta a guardare da lontano, in quinta posizione.

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3 pensieri su “Breve storia del Gp degli USA

  1. Perchè non aveva la velocità per stare con i primi a parità di soste e, come spesso accadeva in quegli anni, gli facevano una strategia un po’ da circo per cercare di farlo stare davanti il piu’ possibile, affidandosi alla fortuna…
    Hai visto mai che una safety car al momento giusto lo mettesse in condizioni di vincere? 😉

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