Il “caso Stepney”: e se ci fosse sotto del mobbing “ben gestito”?

Se Stanley Kubrick fosse ancora vivo, probabilmente dedicherebbe alla vicenda Stepney-Coughlan di queste settimane una rivisitazione del titolo del suo film sulla guerra fredda “Il Dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba”, stravolgendolo in “Stepneygate, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare il mobbing”. A differenza del film del ’64, in cui un paio di pazzi, complice anche una sequela di decisioni sbagliate, portano il mondo alla distruzione totale, in questo caso i “pazzi” (virgolette d’obbligo, e vedremo poi perché) vengono abilmente manovrati, ma in gioco è comunque tutto il mondo della Formula 1: questo scandalo sportivo non è ancora una “Moggiopoli” che ha travolto il pianeta calcio un anno fa. Ma ci si avvicina molto perché è lo stesso in gioco la credibilità della F.1 come sport.
Quella che segue è un’analisi dei fatti, con l’obiettivo di cercarne più che altro di capirne il lato umano: alla fine, anche in Formula Uno, comandano gli uomini.
Nigel Stepney arriva alla Ferrari quattordici anni fa, e diventa capo meccanico. E’, tra le altre cose, l’uomo che, negli anni d’oro dell’era Schumacher a Maranello, ha il compito di inserire il bocchettone del rifornimento. Questo gli costerà pure una frattura, nel Gran Premio di Spagna del 2000, quando il Kerpeniano lo investì anticipando troppo la ripartenza, complice anche il bocchettone non completamente fuoriuscito dal serbatoio.
Ora, chiunque passi un certo periodo di tempo (fate voi quanto, dipende molto anche dal settore: due anni? Cinque anni? Dieci?) in una sola azienda, ne diventa in un certo senso un simbolo, e ne acquista il “carattere”, e ne trasmette continuamente la sua fedeltà. Ma è anche vero che, quando si vince, è molto più facile essere fedeli. Le difficoltà di questo “rapporto di coppia” cominciano dopo Monza 2006: Schumacher ha annunciato il suo ritiro (ed anche qui, forse, ci sarebbe da dire), ma il vero problema, per Stepney, è il fatto che Ross Brawn, lo “stratega” Ferrari, nonché direttore tecnico, ha deciso di prendersi il 2007 come “anno sabbatico”: in pratica, si godrà un po’ la famiglia, andrà a pesca, le solite cose da fare in questi casi; ma sottinteso c’è un “voglio proprio vedere come ve la cavate senza di me”.
L’aria che si respira in Ferrari, notoriamente ambiente di lavoro “difficile” sotto il piano umano, è in quei giorni carica di grandi cambiamenti. Alcune sostituzioni del “dream team” sono già in atto (Aldo Costa al posto di Rory Byrne è una realtà, o Gilles Simon al posto di Paolo Martinelli), ed in quel momento se ne vedono all’orizzonte altre, su tutte Kimi Räikkönen al posto di Michael Schumacher.
A Stepney interessa il posto di direttore tecnico, ma questo viene occupato “ad interim” da Jean Todt. Nigel, negoziando, riesce ad “incassare” solo la responsabilità dei team di test. Ma ora si trova in una strana situazione. Questo è il periodo peggiore per la struttura tecnica Ferrari, c’è una generale disorganizzazione. Non si riesce a capire “chi fa cosa”.
Il “gran capo” Todt si guarda in giro. Dalle risorse umane arriva Mario Almondo, ingegnere 43enne, dal ’91 in Ferrari, dal ’95 nella produzione delle F1 come direttore industriale. E’ lui che diventerà il nuovo direttore tecnico (e lo abbiamo pure visto sul podio di Silverstone).
Inutile dire che Stepney non gradisce. Lui avrebbe voluto rispondere a Costa in persona, in assenza di Ross Brawn, e non ad una persona proveniente da un altro settore, secondo lui senza le conoscenze tecniche necessarie.
Le condizioni di lavoro di Stepney cominciano a peggiorare. A metà febbraio Stepney si trova nella condizione di dover rispondere a Costa, Todt, Almondo e Simon; senza più poter rispondere solamente a Ross, inglese come lui, che lo supportava sempre al 100%, sente di dover fare qualcosa. Si decide a dire a Todt di non voler più seguire la scuderia nei viaggi intorno al mondo per i GP.
Jean Todt non la prende bene, ma comunque lo nomina capo dello sviluppo delle performance, un posto “stanziale” a Maranello. Lì però viene visto come una specie di traditore, perché non vuole più seguire il team. Le persone dell’ambiente hanno quasi paura a parlargli. La Ferrari, a questo punto, gli “mette gli occhi addosso”: lo controlla incessantemente. Probabilmente ci sono anche dei pedinamenti o delle intercettazioni.
Passa un mese, in condizioni di lavoro frustranti per chiunque, e Stepney comincia a pensare di dover cambiare aria. Si attiva. Chiama Nick Fry (Honda). Incontra un suo amico, Mike Coughlan, capo designer, anche lui scontento della gestione interna in McLaren, a Port Ginesta, in Spagna, il 28 Aprile. In quei giorni McLaren e Ferrari stanno facendo dei test a Barcellona.
I due pensano forse di potersi “vendere ai migliori offerenti”: Honda, in primo luogo. Probabilmente Stepney arriva a quell’incontro con un paio di DVD, o con delle schede di memoria, comunque con del materiale informatico. Ben 780 pagine di documenti vengono estratte da questi supporti.
Va anche rilevato che la Prodrive (di David Richards, ex proprietario della BAR) diventerà la dodicesima scuderia di F.1 nel 2008, e presentarsi con del materiale utile per far cominciare “di slancio” un’avventura in F.1 ad una nuova scuderia potrebbe fare aumentare il prezzo, nella logica dei due.
Diciassette maggio: la Ferrari si muove: alcune persone vengono interrogate dai Carabinieri, e viene perquisita la casa di Stepney a Serramazzoni. Almondo accusa Stepney di aver sottratto alcuni disegni.
Primo giugno: i due si incontrano con Nick Fry all’aeroporto di Heathrow. Stepney ha già detto a Todt di volersene andarse in vacanza nelle Filippine, e la prenotazione del viaggio viene fatta tramite la Ferrari. Anche se, per un po’, questa prenotazione resta sulla scrivania di Stepney.
Il resto è storia recente: il licenziamento dell’inglese da parte della Ferrari, e le varie inchieste, penali e sportive, in Italia ed in Gran Bretagna. C’è di tutto: spionaggio industriale, violazioni del regolamento sportivo FIA (art. 151c), “polverine” messe sul serbatoio delle Ferrari a Montecarlo, e chi più ne ha, più ne metta.
Quello che comunque va sottolineato, è che la Ferrari ha probabilmente sbagliato nel gestire la persona Stepney più che gestire la vicenda nel suo complesso. Sotto sotto, questo è un caso di mobbing, niente di più, niente di meno. Al momento non si conoscono ancora le conseguenze, le inchieste sono ancora in corso. E’ chiaro che la scuderia che rischia di più è la McLaren, “beccata con le mani nella marmellata” (e non raccontateci della copisteria di Woking che ha dei sospetti quando sta per fare delle fotocopie di documenti con il “cavallino rampante” sopra!): la McLaren potrebbe essere esclusa dal mondiale (auspichiamo non i piloti, in quanto Alonso ed Hamilton non si sono resi colpevoli di nulla).
Ma se saltasse fuori per caso che ad Heathrow, o a Port Ginesta, c’è stato un passaggio di dati da Coughlan a Stepney riguardante i dati della McLaren, non si pensa che il gioco potrebbe anche comportare anche l’esclusione della Ferrari dal campionato?
Staremo a vedere. Sperando che non sia già stato innescato il Doomsday Device, “l’ordigno fine di mondo” di kubrickiana memoria!

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10 pensieri su “Il “caso Stepney”: e se ci fosse sotto del mobbing “ben gestito”?

  1. La tua ricostruzione, non è una novità, mi trova sostanzialmente d’accordo e poi solo il tempo (e intendo il medio periodo, non le prime sentenze che arriveranno) potrà fare chiarezza.

    Fonti interne alla Scuderia mi confermano le tappe del progressivo malessere di Stepney allo sgretolarsi del gruppo di riferimento, va però aggiunto che il “povero” capomeccanico (come forse potrebbe essere visto dalla ricostruzione) era poco amato, molto rispettato per le sue capacità di lavoro e molto temuto per il potere di cui godeva e di cui non esitava ad approfittare per far cambiare aria a chi gli dava fastidio. Abbastanza normale quindi che le cose siano evolute in questo modo, in quello che a me sembra essere un cambiamento generazionale in cui gli “italiani” rimpiazzano molti “stranieri”.

    In ogni caso, Stepney non dà l’impressione di uno capace di sapersi muovere con disinvoltura al di fuori della corsia box…

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  2. Ciao Alessio, e grazie per il tuo commento!
    Sì, in effetti ho un po’ esagerato col paternalismo (non a caso ho preso anche delle fonti inglesi! 😉 ).
    Sono d’accordissimo con quanto sostieni: solo il tempo farà chiarezza (il problema è che non vorrei che si fosse aperto un “vaso di Pandora”, con penalizzazioni o peggio esclusioni di scuderie dal campionato)!
    Anche a me sembra una “rivincita italiana”, vedremo se questo porterà benefici o guai: del resto, noi Italiani siamo capaci di tutto, nel bene e nel male! 😉

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  3. Ci si potrebbe chiedere perché, sentendosi “braccato” (ossia anche da prima del caso della polverina), o comunque essendo percepito come “corpo estraneo” nella squadra, Stepney abbia agito come ha fatto, ossia passando materiale riservato a Coughlan. Non è il modo migliore per tutelarsi, se ci si sente in qualche modo minacciati o vittime di mobbing. Anche perché darebbe un’ottima carta in mano al datore di lavoro per licenziarti sui due piedi…

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  4. Per Abragad & Pascalfabre: Sì, mi fa piacere che qualcuno cominci a considerare la vicenda anche da questo piano; ma, da ligure, dico: “Bélin (si può dire sul blog? ;-)), mi son fatto un _paiolo_ così per cercare le fonti in giro per l’Europa, e questi manco un assegnino di ringraziamento!” 😀
    Per Vinci: E’ verissimo quello che tu dici, ed infatti è anche la mossa meno “razionale” che si possa fare. Ma credo che, quando si è sotto mobbing, non si è più tanto “razionali” (e da nessuna parte, dipendente e datore di lavoro, in questo caso). Se ti pedinassero dal lavoro a casa, come reagiresti?
    Penso che a Stepney, in quel momento, gli sia “girato il boccino” (giusto per citare Kubrick!), e a lui, a quel punto, del licenziamento importava relativamente. Ovviamente IMHO! 😉

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  5. Però così da una sponda al datore di lavoro per “giustificare” le proprie azioni. A questo punto deve dimostrare che il mobbing è precedente alle sue azioni di “spionaggio”, e non so fino a che punto un trasferimento, peraltro legato ad una sua richiesta, sia giustificabile in tal senso. Insomma, con le sue azioni Stepney ha spuntato proprio le sue armi per giustificare un’azione contro il mobbing.

    Tra parentesi, relativamente al titolo del post, non mi pare che sia “ben gestito”, almeno da parte della Ferrari, visto che è venuto alla luce :-))

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  6. Bé, il “ben gestito” implica questa riflessione: la Ferrari ha un problema (Stepney), lo gestisce (più o meno bene, questo lo vedremo, è vero), e (alla fin fine) lo ritorce contro il suo principale concorrente! 😉
    Riguardo al comportamento di Stepney, neanch’io lo giustifico. Come per altro non giustifico i pedinamenti e le intercettazioni che qualcuno (la Ferrari?) ha fatto nei confronti di Stepney.
    Credo comunque che se Ross Brawn avesse annunciato prima il rientro nel “dream team” avrebbe potuto salvare “capra e cavoli”: non è stato così, pazienza (per la Ferrari, non per Stepney, che comunque credo si sia rovinato con le sue stesse mani, come ho scritto in commenti precedenti ad altri articoli sulla spy story).

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  7. concordo con marco e apprezzo l’intervento di alessio (che nel 2003 scrisse di me su autocorse); aggiungo che, data la “vaticanità” di maranello, non è inverosimile che stepney abbia abboccato ad una bella esca, ovvero che dall’interno qualcuno gli abbia facilitato il passo falso; questo spiegherebbe anche la disinvoltura della ferrari nell’accusare pubblicamente stepney prima che la giustizia penale e quella sportiva si siano pronunciate

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  8. Ti confesso che il pressoché immediato “puntar il dito” della Ferrari nei confronti di Stepney è stato il fatto che mi ha insospettito di più. Riguardo alla “vaticanità” di Maranello, bé, che dire, sono entrambe istituzioni importanti! 😉
    (e adesso tocca pure confessarmi con Monsignor Jean T.! :-D)

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