Loris e Casey: the lords of TwinRing

Il destino si è divertito a offrirci spunti di attrazione per farci trasalire e appassionare per questa gara in terra del Sol Levante.

Mi ero preparato, pensando a tutte le evoluzioni dei possibili epiloghi. Da una parte la potenzialità della conquista mondiale da parte di Casey Stoner, cui bastava – in estrema sintesi – giungere d’avanti a Rossi; dall’altra proprio il tavugliese, in grande crescita di impegno, di motivazioni e anche nelle condizioni del mezzo, pneumatici inclusi, faceva ben sperare in una gara sotto il segno di Vale, e la sua Yama. Lui partiva in seconda posizione, mentre l’avversario della Ducati ben più indietro solo in terza fila. Non dimenticando che questa è casa Honda; tutti si aspettano che i propri scudieri, anche se non possono più ambire al titolo mondiale, daranno una bella soddisfazione proprio qui, vincendo e convincendo di fronte al proprio pubblico; Pedrosa e Hayden partono d’avanti, rispettivamente 1° e 3°. Infine, generalizzando, siamo in Giappone: avesse prevalso una moto in particolare (Honda, Yamaha, Suzuki o Kawasaki che fosse) significava prendere qualche settimana o mesi di ribalta in patria. E’ sempre un derby.

La gara è stata certamente incredibile, ma tutt’altro che appassionante. Non secondo i canoni cui ci ha abituato la MotoGP: le poderose rimonte, le grandi staccate al limite, le curve spazzolate a gommone posteriore fumante; ben poco di questo si è visto. Il meteo ha condizionato questa domenica in terra giapponese.
La pioggia era caduta abbondante e ha smesso solo poco prima del via della classe regina; ma tanta acqua c’era in pista. Gomme montate rain; e tutte le certezze, le condizioni, le prove effettuate dai piloti si fanno benedire. Bisogna affidarsi all’esperienza e al caso.
Non era dato attendersi una partenza infernale, con il rischio di qualche rovinosa caduta in fondo al tornantone a destra.

Parte benissimo Pedrosa prendendo qualche metro su tutti; buono Stoner, che si ritrova subito avanti di 4 posizioni, mentre per Rossi (non è una novità) avviene il contrario.
Rimango stupito della Kawasaki guidata da Anthony West che si trova dopo poco secondo e va quasi con il passo dello spagnolo dell’HRC; anzi passa pure al comando. Ma c’è un sospetto di partenza anticipata… che diventa realtà e viene punito con un drive trough.
E poi c’è una Suzuki tra le primissime posizioni. Quella di Hopkins o di Vermuelen? No, quella di Akiyoshi. Come un moderno Don Abbondio mi chiedo: Akiyoshi? chi era costui?
La Suzuki per il GP casalingo schiera 3 moto; oltre a quelle affidate ai soliti John e Chris, una viene guidata dal collaudatore giapponese, Kousuke Akiyoshi (che aveva già corso in Spagna, posizionandosi 17°). Che bravo il trentaduenne nipponico. E’ vero che la pista la conosce (per dirla alla Guido Meda) come il suo armadio, ma ha guidato benissimo e si è trovato nelle primissime posizioni fino a che è rimasto in pista (giro 20°). Peccato che un guaio meccanico lo ferma, altrimenti avrebbe irriso i suoi più famosi (e pagati) compagni di scuderia.

I colpi di scena sono tanti, nel corso della gara: a ricoprire la testa si diceva di Pedrosa nel 1° giro, superato da West che poi uscito, per scontare la penalità, ha lasciato la leadership provvisoria a Stoner. Si fa’ sotto Melandri che ha un ottimo passo; passa in testa nel corso del 5° giro e manterrà la posizione per oltre metà gara. Rossi invece si vede che soffre con le sue Michelin; recupera posizioni sugli avversari ma accumula distacco sul duo Melandri-Stoner; a un certo punto ci sono 5 secondi tondi tondi. Le difficoltà svaniscono con l’asciugarsi della pista come d’incanto. Soprattutto Stoner viene risucchiato in poche tornate; due giri dopo anche Marco è superato.
Il regolamento prevede il cambio moto, in caso di variazione di condizioni climatiche nel corso della gara. Guintoli sulla Yamaha Tech3 gommata Dunlop è uno dei primi a farlo… e – incredibile ma vero – guadagna 5″ (leggi cinque secondi) su Melandri e Rossi.
L’australiano Ducati è ora 3°, ma si vede che arranca: le sue Bridgestone rain, sulla pista ormai quasi completamente asciutta, non rendono come vorrebbe; e il distacco da Rossi aumenta di quasi un secondo a giro. Decide alla fine del 13° giro allora di sostituire la moto. E nel giro seguente farà la stessa cosa anche l’italiano della Yamaha FIAT Team. Troppo tardi, per entrambi.

felicita_ducati.jpg
Il vecchio (e intelligentissimo stratega) Loris Capirossi aveva provveduto al cambio 7 giri prima e ha beneficiato della cosa girando almeno 3-4 secondi più velocemente degli avversari che invece avevano gomme da bagnato.
E così il romagnolo raggiunge la vetta nel momento stesso che i vari Rossi, Stoner, Melandri, sono costretti a rientrare ai box. Valentino Rossi incontra noie con la nuova motocicletta, rientra ai box, riesce… e così scivola indietro; alla fine sarà soltanto 13°. Casey capito che il mondiale è vinto, qualsiasi piazzamento ottenga, tira i remi in barca ed evita qualsiasi rischio inutile.

 Vittoriaaaa e l’urlo di gioia si erge forte: Loris Capirossi vince in 47’05″484. L’assopimento, dovuto a una gara senza fortissimi emozioni e alla sveglia alle 6 e mezzo di mattina, d’incanto sparisce. Loris ha vinto la gara di Motegi. Per il terzo anno consecutivo e per la terza volta con una Ducati.

Aggiungi che il sesto posto di Stoner, che è pure il peggior risultato quest’anno, vale 10 punti all’australiano e soprattutto il mondiale 2007, con 3 gare d’anticipo. La classifica dice Stoner 297 punti e Rossi 214 (-83 lunghezze).
Dopo 33 anni dall’ultimo titolo di un’italiana, che fu della mitica MV-Augusta dell’inglese Phil Read, ecco la vittoria della Ducati. In cima al mondo. Sopra a tutti.

Poveri tecnicissimi nipponici di questi colossi industriali costretti ad abbassare lo sguardo e a ripassare i fondamentali di ingegneria motociclistica; per poi passare al best seller: ‘come costruire una moto da favola‘ di Livio Suppo e la banda dei romagnoli.

Epica è stata la battaglia. E impàri. Quasi una Termopili… i 300 spartani (della Ducati) hanno annichilito gli eserciti persiani (del Giappone) ricacciandoli nelle loro tane; con un’umiliazione senza pari.
Ci fosse ancora l’usanza, probabilmente qualcuno avrebbe fatto karakiri.

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