Miseria e nobiltà nel GP di Formula 1 in Cina

shangai_f1-girls.JPGDopo la corsa di 2 settimane fa’ in Giappone, domenica prossima il circus, fermatosi in estremo oriente, si trasferisce nel paese più ambiguo e controverso: la Cina di Hu Jintao. Tanto controverso per le idiosincrasie che manifesta il colosso orientale: un livello di povertà tra i più alti al mondo ma un’economia in forte espansione; grattacieli modernissimi, immensi e magnifici che si contrappongono all’ultimo baluardo del regime comunista; una densità demografica immensa, facendo da sola più di un quarto della popolazione mondiale; e altrettanta concentrazione di industrie, tra le più grandi al mondo, che sfornano ogni tipo di prodotto; senza dimenticare la questione Mattel, il colosso dei giocattoli americano, che ha portato al ritiro, per difetti di fabbricazione (in Cina), di oltre 8 milioni di articoli (principalmente la famosa bambola Barbie).
E infine questo: il locale Gran Premio di Formula 1, con il suo modernissimo e costosissimo circuito (sembra siano stati spesi 450 milioni di dollari per costruirlo: stranezze del comunismo).

Il ‘Formula One Chinese Grand Prix‘ è tra i più recenti inseriti nel calendario, con la sua inaugurazione fatta il 26 settembre 2004 in occasione del 1° gran premio cinese.
shangai_circuit_pavillon.JPGCostruito nel 2003-2004, appositamente per rientrare nel rank della Formula 1, lo Shangai International Circuit (上海國際賽車場) si trova nel distretto di Jiading, inserito nell’antico giardino Yuyan nei pressi di Shangai. Gli architetti si sono sbizzarriti nel tentativo di fare i richiami alla caratteristica culturale e naturistica: la forma del tracciato ricorda il carattere cinese shàng (上), base del nome cinese di Shangai; inoltre sono presenti le particolarissime vele, chiamate ‘farfalle’, che coprono alcune tribune. Queste, poi, offorno un’altra tipicità: in grado di accogliere quasi 30 mila persone, sembrerebbe che da qualsiasi posto sia possibile vedere almeno l’80% del tracciato, offrendo, quindi, al pubblico uno spettacolo senza soluzione di continuità.

circuit_shanghai.pngConsiderata una pista veloce, ha una discreta lunghezza, con i suoi 5.447,60 m. da percorrere 56 volte per una distanza totale di 305,066 km; è poi caratterizzata da una parte, subito dopo il via, relativamente lenta con una sequenza di 13 curve, di vario raggio e ampiezza, che si susseguono, per poi arrivare alla parte velocissima con il lungo rettilineo (di oltre un chilometro) dove le macchine di F1 superano abbondantemente i 300 all’ora che chiude con la strettissima curva 14 a destra per poi entrare nell’ultimo rettilineo, quello del traguardo.

Rubens Barrichello, che vinse con la Ferrari la prima edizione del GP cinese nel 2004, è entusiasta del circuito: “Shanghai è un impianto fantastico in cui correre, dotato di strutture impressionanti e di un tracciato moderno e divertente. Nel 2004, vinsi il primissimo GP disputato su questa pista, quindi ho ricordi molto belli legati a questo autodromo. La combinazione di rettilinei lunghi e di curve a bassa-media velocità rende molto tecnico e impegnativo questo tracciato, contraddistinto dalla lunghezza di alcune curve. La parte guidata comprendente la curva n. 1 è piuttosto insidiosa, vista la combinazione di staccata violenta e di accelerazione laterale.

Il clima mondiale resta arroventato e caotico. Ne abbiamo parlato nell’articolo “La FIA non si smentisce mai: Hamilton sotto inchiesta“.
Appare quanto meno evidente il desiderio dei vertici della F1 di tentare di animare un finale di mondiale altrimenti noiosissimo, con il titolo costruttori già assegnato e quello piloti in pratica già cucito sulla maglia di Lewis Hamilton e la sua McLaren-Mercedes, dopo l’incidente nel paese del Sol Levante di Alonso e il karakiri della Ferrari.
Ma forse non basterà a coinvolgere la gente per questa gara; e a salvare un Mondiale quasi ridicolo.

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3 pensieri su “Miseria e nobiltà nel GP di Formula 1 in Cina

  1. Non è strano, per un regime comunista, spendere tantissimi soldi per una qualsiasi impresa, anche inutile. E’ molto più strano se questo accade in un paese capitalista. A parte la possibile discussione su cosa di comunista abbia oggi la Cina (di certo la parte repressiva, la mancanza di libertà politica e civile, ed il possesso da parte dello stato di gran parte dell’apparato produttivo), proprio il fatto che la vita economica sia comunque amministrata e decisa dallo stato rende possibili cose che altrove sarebbero impossibili: devi costruire una diga spendendo una cifra spropositata e migrando a forza qualche milione di contadini ? Lo fai e basta, nessuno farà i comitati per come vengono spesi i soldi pubblici o per questioni ambientali… Lo stesso per un circuito: l’unica curiosità della vicenda è che si accolga un rappresentante estremo del mondo capitalista come il circo della F.1, ma ormai della Cina non mi sorprende più nulla 🙂

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  2. Che possa non essere strano, passi.
    Ma non si dica che sia normale…
    Non stiamo parlando di una dittatura e basta (alla Pinochet, per intenderci). Ma di una dittatura su base ‘comunista’. Capitalismo e comunismo, da che mondo è mondo, non sono mai andati d’accordo. Manco nella superpotente Russia sovietica si è mai arrivato a tanto.
    Non fosse altro nei confronti del popolo (socialista) che muore di fame.
    Per prenderla a ridere, un po’ come i ragazzi comunisti degli anni 70-80 vestiti con la giacca di velluto, il bavero rialzato, le Clark (originali ma sporche) e la sciarpa da pasdaran, che andavano però in giro sulla BMW di papà. Una questione di etica, prima che di stile.

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  3. Basta intendersi sui termini: il comunismo è (tra le altre aberrazioni) economia pianificata centralmente dallo stato. In una situazione del genere, spendere cifre insensate per fare qualcosa è, per assurdo, molto più facile che in una economia “libera”, dove però chi ci mette i soldi o ti vota, prima o poi passa a chiederti il conto… pensi che se i cinesi fossero contrari a spendere 450 mln. in un autodromo, scenderebbero in piazza o anche solo scriverebbero ad un giornale per criticare la decisione ?
    Del popolo, socialista o meno, che muore di fame, ai regimi comunisti non è mai fregato molto, dai tempi di Lenin e Stalin in URSS (comunismo di guerra, collettivizzazione forzata) ai tempi di Mao in Cina, ai giorni nostri in Corea del Nord.
    Il punto centrale è che nei regimi comunisti, per definizione, il partito ha sempre ragione, per necessità storica, per cui chiunque non sia d’accordo è controrivoluzionario o un sabotatore e come tale viene trattato, anche se è solo uno che chiede la famosa “ciotola di riso per ogni cinese”…

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