La frase (razzista?) di Ecclestone sugli Italiani

Un paio di giorni fa Autosport ha riportato una frase che Ecclestone avrebbe rilasciato ai tedeschi di “Sport Bild”. Commentando sulla crisi Ferrari ha detto: “Ci sono troppi italiani che lavorano per il team. Non ho niente contro l’Italia, ma avere un team disciplinato è contro il loro DNA”.

Beh, pesantuccia eh? C’è di sicuro chi lo accuserà di razzismo, ma, stando a quanto ha fatto  vedere la Ferrari dopo la dipartita della gestione che faceva capo a Todt e Brawn, con Schumacher come pilota di punta, il team di Maranello si è infilato in una spirale che da “dream team” lo ha portato ad essere la terza forza (se va bene).

Un breve riassunto della succitata era: dopo i primi anni di assestamento, partiti nel 1993 con l’entrata di Todt e culminati con l’acquisizione di Schumacher e Brawn nel 1996, la Ferrari è diventata una contendente per il titolo nel 1997 e 1998 (soprattutto grazie a Schumacher) per poi diventare vettura imbattibile dal 2001 al 2004.

Poi, con un cambio di regolamento volto a penalizzare proprio le rosse (tutta la gara senza cambiare gomme), la Ferrari è uscita dai giochi nel 2005, per poi avere un ultimo acuto nel 2006: Schumacher si è giocato il mondiale fino in fondo.

Poi, la svolta: fuori Todt, Brawn e Schumacher. Nel 2007 la Ferrari vince di slancio, grazie al know-how degli anni precedenti (e grazie alla Spy Story…), quindi comincia il declino.

Nel 2008 il team è ancora competitivo, ma si comprende che le scelte non sono lucide quando, con Raikkonen campione del mondo alla guida, si cerca di far vincere il mondiale a Massa. Resta in gioco fino alla fine grazie anche a delle penalizzazioni molto discutibili ad Hamilton durante la stagione, ma alla fine perde nel modo più rocambolesco possibile.

Dal 2010 al 2014 il declino è marcato: Alonso si gioca sì il mondiale, ma non con la macchina migliore, tanto che quando arriva all’ultima gara contro Vettel/Webber nel 2010 e contro Vettel nel 2012, è costretto a subire l’azione degli avversari, perdendo inesorabilmente. (Nel frattempo, Aldo Costa viene silurato: andrà a costruire la Mercedes vincente che vediamo in questi anni…)

Nel 2014 il team sbaglia completamente l’approccio al nuovo regolamento e la Ferrari è poco più che una comparsa; nel 2015 vincono quando la Mercedes commette degli errori, ma nel 2016 è di nuovo crisi nera, con faide interne, ramanzine di Marchionne e battutine di Arrivabene all’indirizzo di Vettel.

Sembra una riedizione del team confuso e paralizzato politicamente che guidò Cesare Fiorio all’inizio degli anni ’90 e che portò proprio all’assunzione di Todt.

Purtroppo, ha ragione Ecclestone: alla Ferrari servono nuove facce. Sul fatto che queste non debbano provenire dall’Italia è dura da mandare giù, ma visto quanto successo in questi anni, è difficile dargli torto.

A corollario di questo, un’intervista a Ross Brawn apparsa ieri su Autosport, nella quale dice che quando è giunto in Ferrari c’era questa “blame culture”, la tendenza a colpevolizzare, a puntare il dito per trovare il responsabile dei fallimenti e quindi via, di epurazione in epurazione.

Poco dopo il suo arrivo ebbero un problema tecnico e Montezemolo voleva subito cominciare una caccia alle streghe, Brawn disse: “non faremo una caccia alle streghe. Sono io il responsabile di questo team, se vuoi dare la colpa a qualcuno, dalla a me”.

Non è proprio l’atteggiamento di Arrivabene (“Vettel deve guadagnarsi il posto”) o di Marchionne (“Vettel è troppo nervoso, deve guidare più calmo”), vero?

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